Tuo figlio non ti racconta niente? ecco alcune dritte

Il silenzio dei bambini può spaventare i genitori, ma spesso non è il sintomo di qualche problema. Siamo noi che dobbiamo allenarli al dialogo. "Com'è andata a scuola?"; "Bene". Stop. La classica conversazione genitore-figlio a fine giornata, nella gran parte dei casi, non va oltre questo scambio di battute. Una cosa che, a volte, agita gli adulti: temono che il piccolo nasconda qualcosa o, semplicemente, patiscono l'essere tagliati fuori da una fetta importante della vita del bambino. "E invece è giusto così e i genitori possono stare tranquilli: non è un atto di ostilità nei loro confronti né il segnale che, in classe, qualcosa non va" esordisce Elena Urso, pedagogista. "Prima di tutto perché i bambini, specie i più piccoli, non sono analitici e alla domanda "Cos'hai fatto oggi all'asilo?" rispondono "ho giocato" perché - dal loro punto di vista - è la risposta più completa e soddisfacente. Alle elementari, invece, continuano a rispondere a monosillabi semplicemente perché non sanno bene cosa raccontare, oppure possono decidere di omettere cose che riguardano solo loro: è l'età in cui scoprono di avere un po' di controllo su una realtà che i genitori non vedono e, giustamente, lo utilizzano. Attenzione, però, questo, non significa che i genitori debbano smettere di fare la fatidica domanda, se la mamma non domanda niente i bambini ci restano male, però, allo stesso tempo, si sente il bisogno di stimolare i bambini a parlare più di se stessi, occorre prima di tutto partire da sé. Per esempio, approfittando della cena per raccontare qualcosa della propria giornata. Il momento meno indicato per fare domande? Non ci sono regole valide per tutti ma, in genere, mai subito dopo la scuola perché il bambino è stanco, vuole pensare ad altro, non ha molta voglia di parlare. Meglio rimandare all'ora di cena. E, se il figlio risponde a monosillabi, invece di insistere, proporgli di parlare in un secondo momento, quando più ne ha voglia.

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