MODA SPACE AGE

Era bella, la moda passata alla storia sotto il nome di Space Age? Forse no. Era interessante? Certamente sì. La moda è parte integrante della realtà che scorre, ne è l’interprete e l’anticipatrice nel migliore dei casi. Parlare e scrivere degli abitini in vinile di Rudi Gernreich, degli abiti di Paco Rabanne costruiti unendo placche di metallo e dei cappelli di feltro di André Courrèges a forma di casco spaziale che stavano bene solo a Audrey Hepburn, non avrebbe senso se non si mettessero in fila anche le tappe non disprezzabili che la seconda corrente del femminismo, e la prima dei diritti degli afro-americani, portò con sé. Fu un momento di grande spinta e di battaglia in ogni parte del mondo occidentale da parte dei gruppi sociali e del genere femminile. Nel 65' in Francia le donne ottengono di poter esercitare una professione senza l’autorizzazione del marito e nel 1972 si vedono garantire la parità salariale, almeno di legge. In Italia 63' il matrimonio non è più causa di licenziamento, sempre di legge si intende, e fra il 1969 e il 1974 viene approvata e applicata la legge sul divorzio, la stessa a cui oggi si tenta di dare qualche spallata con la nuova normativa sull’assegno. Era un seccesso? oggi lo sembra molto meno. Dalle viaggiatrici nello spazio terrestre di allora alle donne cyborg, dalle tuniche di Emilie Floge e Gustav Klimt, alle tutine di Thierry Mugler fino gli involucri a pelle illuminati Alexander McQueen, la cosiddetta "moda spaziale" non smette di ispirare questo anelito a un infinito femminile. Erano abiti che ne slanciavano le forme, ne liberavano i gesti dalle costrizioni vestimentarie in cui le aveva ricacciate Christian Dior e tutti i suoi epigoni dopo la guerra. Contribuì a raccontare l’evoluzione della donna in una chiave pop, immediata, iconica, impossibile per le decine di saggi pubblicati in quelli e negli anni successivi. 

Advertisement