Il mostro di Udine

Uno dei trend più forti della televisione seriale di questi ultimi anni è sicuramente il true crime. Ora il pubblico ha riscoperto una nuova declinazione che deriva dal resoconto più o meno romanzato di fatti di cronaca veramente accaduti. E mentre si pensa che solo gli Stati Uniti possano vantare storie abbastanza folli ed efferate per farne un avvincente racconto televisivo, ecco che anche in Italia si affacciano esempi altrettanto validi: è il caso de Il mostro di Udine, la nuova produzione originale di Crime+Investigation (Sky) che debutta dal 22 maggio per tre mercoledì. Creata da Matteo Lena, che ne è anche regista, e Francesco Agostini, questa è la prima serie di real investigation tentata in Italia e va ad occuparsi di uno di quei casi che per diverse ragioni sono rimasti irrisolti. Dal 1971 al 1989 più di nove donne furono uccise in stradine di campagna attorno a Udine, tutte pescate da varie sacche di disagio e almeno quattro di loro freddate nella stessa modalità quasi rituale (strangolate, sgozzate e incise all’addome). Il mostro di Udine è interessante non solo per la perizia con cui ricostruisce il caso e le indagini ma per il contesto che vi costruisce attorno, parlando allo spettatore non solo di un caso di cronaca ma di un ben preciso clima socioculturale. Le donne la cui morte viene qui ricostruita  erano state accostate di notte, mentre vagavano da sole. Erano prede facili, con vari problemi di prostituzione, droga, alcolismo, salute mentale. Ma anche vittime facilmente dimenticabili, su cui la società aveva già espresso la sua condanna di marginalità.

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