Euphoria: la serie tv scandalo

 

La serie in onda su Sky Atlantic ha per protagonisti teenager smarriti in cerca di sesso, alcol, droga. Una mamma-scrittrice l’ha vista in anteprima e alle famiglie dice: «Osservate, capite». 

I protagonisti di Euphoria, tutti al di sotto dei 20 anni, non sono sbandati, sono smarriti. Persi, incerti, ossessionati dall’idea che esista qualcosa di migliore rispetto alla desolazione del reale. Ragazzi e ragazze che si aggirano puntata dopo puntata in cerca di dosi varie: di droga, di sesso, di attenzione, di affetto, di popolarità. Le consumano e sanno bene che non basterà, perché nulla di ciò che ottengono è realmente quanto cercano. I ruoli sociali sono massacranti, divorano energie che non restituiscono. E quando tutto manca, quando i mezzi per trasgredire non ci sono, quando non fai, allora filmi ciò che fanno gli altri, per rubare un riflesso che ti metta in luce. Qualunque genitore, anche quello seduto sulle granitiche certezze, dovrebbe guardare Euphoria: ogni ragazzo protagonista è la derivazione diretta di un adulto incapace di esserlo. Ci sono gli esempi estremi degli alcolizzati, dei predatori sessuali, dei criminali, ma nella maggioranza dei casi gli adulti, soprattutto i genitori, sono dipinti come deboli, insignificanti o assenti. Nelle poche scene di famiglia si respira una tensione insostenibile, il dialogo soffoca sotto una montagna di cose non dette e di bugie di comodo, di frasi come “ti voglio bene” e “sono orgoglioso di te” elargite solo quando i figli soddisfano le aspettative. Agli occhi di questi ragazzi l'adulto é un ostacolo da saltare, qualcuno di cui vergognarsi o, nel migliore dei casi, un muro contro cui sbattere. Il suo ruolo è sostituito da un unico punto di riferimento: lo smartphone. Euphoria racconta questo paradosso: ragazzi lasciati soli in balia di un mondo costruito dagli adulti per gli adulti, una perenne roulette russa con una pistola che noi abbiamo caricato per poi consegnargliela. Soluzioni? In apparenza non ne offre, il suo scopo è descrittivo, non consolatorio. Ci dice: guardate, vedete, capite.

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